Zeno De Rossi, batterista e percussionista “ad ampio spettro”, un curriculum fitto di attività ed un notevole carnet di progetti musicali, al suo attivo svariate collaborazioni con musicisti tra i più interessanti del momento: quella stabile con Vinicio Capossela, ed ancora con Franco D’Andrea, Marc Ribot, Fabrizio Bosso, Gianluca Petrella, Ares Tavolazzi e Otello Savoia (tanto per parlare di contrabbassisti) e molti ancora.
Il progetto musicale “Shtik”, con tutto questo ha un po’ meno a che fare. Qui dentro c’è qualcosa di molto personale: una raccolta puntuale di passioni e memorie, conservate fin da bambino, che unite insieme sono diventate atmosfere, suono, musica.
L’amore per la tradizione musicale ebraica, che viene da una cultura, quella yddish, dove la musica è un elemento familiare che accompagna la vita di tutti giorni, momenti gioiosi e momenti tristi (chi può dimenticare la struggente ironica malinconia della piccola banda di fiati di “Train de Vie”, il bellissimo film di Mihaileanu?n.d.r.). Ma, anche e soprattutto, la memoria. Quei suoni caldi, quelle melodie quasi sempre in tonalità minore, mai troppo tristi, sempre un po’ ironiche, colonna sonora della sua infanzia attraverso l’ascolto dei dischi di suo padre Toni, o mentre lo ascolta suonare il contrabbasso. Respira da lui l’amore per la musica jewish e la passione per il jazz. A lui è dedicato questo cammino a ritroso negli anni dell’infanzia percorso con gli occhi e il cuore di un raffinato musicista, una “lettera immaginaria ” che racconta quello che le note spesso sanno dire meglio delle parole.
Shtik: 11 brani “cover” riletti in maniera originale, che sembrano avere come unico filo conduttore l’essere usciti uno per uno dal baule dei ricordi di De Rossi. Un mix curioso di free jazz, struggente melodismo e ritmo danzante, tra standard di Ornette Coleman e Cole Porter, melodie tradizionali tratte dal musical yddish “Fiddler on the roof” ed altri brani, ai più poco conosciuti o addirittura dimenticati. Ascoltando e riascoltando il cd, cosa peraltro assolutamente gradevole da farsi, ci si accorge che non c’è solo questo. A farla da padrona è l’atmosfera, merito anche del suono di ensemble “live”, un misto di emozioni, allegria, malinconia, ritmo e gusto che riporta alla vecchie e preziose “cantine” dove tutti i grandi del jazz hanno cominciato, dove si suona insieme con calore ed il tempo non passa mai.
Affianco all’ideatore del progetto un gruppo di amici, oltre che professionisti di livello - il trombettista Kyle Gregory , i sassofonisti Daniele D’Agaro, Achille Succi, Francesco Bigoni, Nicola Fazzini e Piero Bittolo Bon, il vibrafonista Pasquale Mirra, i chitarristi Enrico Terragnoli e Alessandro Stefana, i pianisti Alfonso Santimone e Giorgio Pacorig, ibassisti Danilo Gallo e Stefano Senni – ovvero “tutta la nuova famiglia di musicisti - musicanti” di El Gallo Rojo”, l’etichetta che ha accolto e realizzato il progetto musicale di De Rossi, perfettamente in linea con l’originalità delle altre produzioni.
Apertura perfetta, a commento delle atmosfere raccontate da De Rossi stesso nel booklet del cd, il brano di apertura , un Morricone d’annata escluso dalla colonna sonora di “C’era una volta in America”, che viene elegantemente acquerellato yddish-style dal clarinetto basso di Achille Succi. Ogni brano preserva qualche chicca nell’arrangiamento o nella realizzazione strumentale: curiosa ed accattivante la rilettura “in forma di bolero” del tradizionale “Chavalah”. Lo standard “I heard it over the Radio”, è impreziosito da un duetto fra i contrabbassi di Danilo Gallo (ideatore dell'etichetta “El Gallo Rojo”) e Stefano Senni, con puntate fuori dagli schemi classici dello strumento. E’ lo stesso Zeno a definire “Luise” di Cecile Taylor come “folgorante” per intensità e bellezza, qualunque versione se ne ascolti non si può fare a meno di riconoscerlo e questa sua raffinata lettura tra ritmo, contrappunto pianistico e caldo suono di clarinetto e clarone non è da meno. “Tradition”, il più tradizionale dei brani che si stempera nel percorso di una esecuzione di moderno jazz in piena regola, “My yddishe momme” imbastito quasi come una struggente ballad, “Sabbath prayer” che ondeggia tra mistico e sensuale, la cui tromba non la si perde mai di vista nonostante il tappeto ritmico e pieno su cui si muove. Ancora un tema tradizionale ebraico dal cuore free jazz, che all’inizio inganna con un passo simil-bossanova, “Hava Nagila”. Gran finale con un Cole Porter dai ritmi e dalle sonorità vagamente anni ’60, standard sdrammatizzato con ironia gustosa e garbata.
“Seria o maliziosamente ironica, saggia o scanzonata, sembra nascondere il fardello di un segreto, incomprensibile per chi non ha condiviso la storia di un popolo che ha saputo mantenere in sé gli spazi e i misteri del deserto da cui proviene”. Le parole di Moni Ovadia, dedicate alle atmosfere della musica yddish, calzano a pennello.
Merita una menzione anche il progetto grafico, divertente, ironico ma sobrio e non scontato, caratteristiche queste in comune con gli spazi di visibilità di Zeno De Rossi , che anche per la veste del suo sito web ha saputo caratterizzarsi con lo stesso disinvolto ed originale appeal.