“Toremar Island”, 2001, firmato del contrabbassista moscovita Yuri Goloubev, da qualche anno residente in Italia, è un cd che fa molto riflettere. Pensando alla contrapposizione che ha caratterizzato il secolo scorso, politica, senza ombra di dubbio, ma certamente e fortemente anche culturale, tra emisfero occidentale ed orientale, tra Stati Uniti d’America, e Unione delle Repubbliche Sovietiche, tra Mosca e Washington, focalizzando la propria attenzione uditiva sui brani in ascolto, si prova una certa sensazione di stranezza, determinata dalla spontanea e naturale assimilazione, da parte dei musicisti che prendono parte a questo progetto, tutti cresciuti all’ombra della russia bolscevica, del linguaggio, della grammatica e del fraseggio jazzistico . In effetti, posto in un altro contesto, escludendo la possibilità di conoscere nome e natura dei musicisti, l’album potrebbe suonare come una produzione d’oltre oceano, perfettamente lineare in quanto a logica e stile, e senza dubbio di alto livello dal punto di vista qualitativo. Ma negli States non siamo, e rilevare la contraddittorietà tra substrato culturale e prodotto finito diventa d’obbligo! Sia chiaro, musicisti di altissimo valore, come lo stesso Yuri Goloubev, la cui tecnica e preparazione è al di là di ogni giudizio, ed il cui bagaglio musicale è intenso e ricco anche in altre tipologie musicale, ma di questa ricchezza culturale, che essa abbia rappresentato una tragedia od una novità, ai posteri l’ardua sentenza, qui non emerge: quello che è sotto gli occhi di tutti, un cd bellissimo, come tanti altri, che però non aggiunge nulla di nuovo al Jazz afroamericano, privandolo tutt'al più di quella che è forse la caratteristica prominente del genere, ovvero l’alto grado di personalizzazione stilistica. Discorso a parte per “The Path”, dove la mano del superbo pianista Anton Baronin solleva il pezzo dall’anonimato, riconducendolo a cadenze, appoggiature, tocchi dal sapore più culturalmente etnici. Un cd sicuramente piacevole, forse storicamente anche interessante nel constatare il cambiamento dei tempi e la globalizzazione, che ciò significhi adeguamento ai canoni commerciali della comunicazione o superamento del proprio retroterra culturale nell’ottica di una visione più ampia del mondo. Come si scriveva sopra, ai posteri l’ardua sentenza !!!